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Il paradiso dei lavoratori
Morti sul lavoro nella costruzione delle opere per le Olimpiadi di Pechino 2008. Il governo minimizza, la stampa internazionale punta il dito contro l’occultamento delle prove.
Pechino, da grande capitale di un Paese comunista, ha un ufficio municipale dedicato alla Sicurezza sul Lavoro, il cui vice direttore, Ding Zhenkuan, ha dichiarato che negli ultimi 5 anni hanno perduto la vita 6 lavoratori impegnati nella costruzione di opere legate all’edizione 2008 delle Olimpiadi.
6 morti sul lavoro in 5 anni, a fronte dell’incredibile mole di cantieri edili che stanno assediando la capitale cinese, pare un tributo gravoso, ma, purtroppo, nell’ordine delle cose. Se fossero questi i ritmi italiani probabilmente la sicurezza sul lavoro non sarebbe quel dramma che il rogo alla ThyssenKrupp ha nuovamente portato in primo piano.
The Times fa un’altra stima. Secondo il giornale di Murdoch almeno 10 operai sarebbero morti nei soli lavori nei pressi dello stadio. Il quotidiano britannico ha anche accusato il governo di Pechino di aver scientemente occultato gli incidenti sul lavoro.
Curioso che ad attaccare la dirigenza cinese sia un giornale di proprietà del tycoon australiano, che in Cina gode di un rapporto privilegiato con la nomenclatura comunista. Potere della libertà di stampa e dei giornalisti, un piacere di cui purtroppo in Cina non possono ancora godere.
Queste Olimpiadi rivestono un’importanza capitale per il Partito Comunista. Sono la rappresentazione dell’irrompere della Cina sulla scena mondiale. È logico che il governo tenti di non far trapelare tutte quelle informazioni che potrebbero nuocere all’immagine del Paese. Li Yzhong, ministro per la Sicurezza sul Lavoro, sulla scia dell’ormai leggendario ministro dell’informazione iracheno Al Sahaf, nega tutto, dichiarando che non gli risultano morti di operai nella costruzione delle opere olimpiche.
Non sorprende che i morti sul lavoro siano numerosi. Lo sviluppo cinese prende avvio da una manodopera impiegata a prezzi irrisori, ma comunque superiori a quelli garantiti dal lavoro in campagna. La tolleranza, la connivenza ed alle volte la sovrapposizione tra nomenclatura e nuovi capitalisti ha generato fenomeni di sfruttamento da romanzo dickensiano. Minorenni al lavoro, sicurezza assente, turni massacranti.
Nella provincia del Guandong, il motore industriale della Cina, accade frequentemente che i neo capitalisti iscritti al Partito Comunista costringano i dipendenti a lavorare ininterrottamente per 16 ore al giorno. Molto spesso gli operai vivono in caseggiati fatiscenti nelle immediate vicinanze della fabbrica. All’alba, con disciplina militare, il capo reparto sveglia le nuove truppe del capitalismo globale e, dopo una magra colazione, li conduce a lavoro per produrre un qualche jeans che approderà sulle coste europee tra gli strepiti dei protezionisti locali.
6, 10, 20 morti sul lavoro, in un Paese in cui ogni anno muoiono 6000 minatori sono un piccolo dazio da pagare per permettere alla Cina di mostrarsi nella sua rinnovata potenza al mondo. Sempre che siano morti sul serio, al ministro Li Yzhong non risulta.



